La Nuova Via della Seta e l’espansionismo della Cina per il predominio globale

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  • La Cina festeggia quest’anno il 70esimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare  e lo scorso aprile  Pechino ha accolto il “2nd Belt and Road Forum for International Cooperation” (BRFI) , con la partecipazione  di una quarantina di Capi di Stato, tra cui il Presidente Putin quale ospite d’onore, il Premier Conte per l’Italia, top leader internazionali, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, il FMI, nel complesso oltre cinquemila partecipanti provenienti da 150 Paesi,

La BRI  – Belt and Road Initiative –  nota in Occidente come Nuova Via della Seta  – costituisce il programma globale di investimenti  infrastrutturali,  annunciato 6 anni fa  da Xi Jingping ,  per attuare una integrazione economica nell’ambito interno e esterno del continente euro-asiatico, coinvolgendo anche il continente  africano e l’America Latina.

Stando ai dati forniti dalla China Development and Reform Commission, sono 126 i Paesi (in Asia, Africa, Oceania, America Latina  Europa) e 29 le Organizzazioni internazionali che hanno finora firmato accordi di cooperazione relativi alla BRI. Tra questi Paesi c’è anche l’Italia, per la quale il Premier Conte nel corso della visita a Roma di Xi Jingping lo scorso  4 marzo ha sottoscritto il Memorandum of Understanding  (MoU), che è il format abituale proposto da parte cinese in materia.

La firma ha rappresentato un enorme successo diplomatico per il leader cinese, ma nel contempo ha suscitato reazioni  e polemiche al nostro interno ma soprattutto da parte UE e USA, essendo l’Italia il primo Paese del G7 ad aderire all’iniziativa, anche se il Governo Italiano ha presentato  la stessa come un accordo puramente commerciale.

La principale preoccupazione statunitense  –  invitando l’Italia a non supportare il “vanaglorioso” progetto cinese – è inerente ai problemi di sicurezza  nazionale, legati alla eventuale condivisione con i cinesi da parte dell’Italia delle reti mobili  (rete 5G di cui la Cina grazie a Huawei potrebbe essere il principale fornitore mondiale) e alla minaccia cyber cinese per i  dati sensibili a disposizione dell’Italia in ambito NATO.

La conseguenza dell’accaduto è che nei commenti internazionali si registra un allontanamento dell’Italia dai  suoi alleati storici europei ed atlantici ,  che considerano assolutamente divisiva la mossa dell’Italia ,  con  il rischio di un doppio isolamento dall’Europa e dagli Stati Uniti. Vengono in proposito messi a confronto i limitati benefici economici conseguiti , rispetto alle commesse per 40 md. di euro acquisite dalla Francia nello stesso viaggio di Xi Jingping.

La Cina rappresenta per il nostro export il nono mercato di destinazione e il primo in Asia. Pur con vendite per 13 miliardi di euro (2018)  l’Italia, importando per circa 31 miliardi di euro, registra un disavanzo. Si può ricordare come ChemChina  (China Chemical Corporation) con un investimento di 7 miliardi , sia  il primo azionista di Pirelli dal 2015 . La  fusione di ChemChina con Sinochem creerà nel settore  un gruppo internazionale dal fatturato di 120 miliardi  di dollari.   Superiore al leader del settore come la BASF.

 

La BRI rappresenta attualmente l’espressione della linea politica adottata da Xi Jingping per riaffermare il ruolo forte della Cina in funzione del predominio globale.

Una delle varie manifestazione ne è anche il discorso dallo stesso  tenuto a gennaio 2019  sull’annosa questione dei rapporti con Taiwan e con il principio One China Policy o Principio dell’Unica Cina, affermando la ineluttabilità della unificazione, anche la forza,  di Taiwan con la RPC. Il principio dell’Unica Cina risale al 1979  allorchè gli Statuti Uniti cessarono gli accordi diplomatici con Taiwan riconoscendo il governo cinese. Nel contempo con il “Taiwan Relations Act” gli stessi Stati Uniti hanno previsto che ogni tentativo di annessione forzata dell’isola da parte del governo cinese rappresenterebbe una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

L’accentuazione di una linea dura si evince anche dalle manifestazioni che si stanno svolgendo ad Hong Kong , con oltre un milione di persone nelle strade,  la più grande protesta contro Pechino dopo il ritorno sotto il  dominio cinese. Sotto la spinta di Pechino il Governo lealista ha in programma una legge sull’estradizione che verrebbe ad intaccare lo status particolare di Hong Kong  (“un paese, due sistemi”) concordato al passaggio dalla Gran Bretagna alla Cina.

Con l’ambizione di divenire nel 2049 – primo centenario della nascita della R.P.C. – la prima potenza industriale del mondo il Presidente cinese ha  lanciato nel 2015 anche il Piano “Made in China 2025”, che mira a ristrutturare radicalmente la produzione industriale favorendone lo sviluppo tecnologico,  conseguendone la leadership in vari settori strategici relativi come robotica e intelligenza artificiale, tecnologie dell’informazione, aeronautica, nuove reti telecomunicazione. E’ stata recepita la necessità di dotarsi di un modello industriale del tipo industria 4.0 della Germania.

 

  • La BRI consiste in un piano di investimenti, potenzialmente nell’ordine di mille miliardi di dollari  (ma in un arco di tempo per ora non definito), 900 progetti , coinvolgendo oltre 4 miliardi di persone, il 40 per cento del PIL globale e il 75% delle riserve energetiche conosciute.

La Cina detiene  una quota del 25%  del valore aggiunto manufatturiero globale,  con il 28 per cento delle automobili, il 41 per cento delle navi , l’80 per cento dei computer ed  è il primo produttore di acciaio .

E’ il principale esportatore del mondo e il secondo maggior importatore. I dati della WTO (2016) indicano un volume complessivo di esportazioni  e importazioni di 3.690 miliardi di dollari. La Cina fa parte della WTO dal 2001.

Malgrado il rallentamento dovuto al programma di riaggiustamento economico – con un maggior peso della domanda interna rispetto alle  esportazioni –  e alla diminuzione degli  investimenti, la Banca Asiatica di Sviluppo (BAD)  prevede una crescita del Paese del 6,3% per il 2019 (6,4% secondo FMI)  e del 6,1% per il 2020. Varie fonti prevedono che nel triennio 2020-2022 la crescita non sarà comunque inferiore al 6%.

Secondo il il Fondo Monetario Internazionale, in termini di quota del PIL globale  (il PIL cinese è il secondo al mondo) il divario tra le due economie cinese e statunitense  sarà di soli 5 punti percentuali nel 2023, in calo rispetto di circa 27 punti del 2000.

 

Nello scenario mondiale la BRI da un lato determina notevole interesse in considerazione delle grandi dimensioni degli investimenti infrastrutturali e non solo, ma dall’altro lato genera forti perplessità sotto il profilo dell’ambiente, della trasparenza e della sostenibilità in uno con i timori di un’ulteriore massiccia espansione della Cina nell’economia mondiale.

Grazie  all’attuale unipolarismo  statunitense, alle  divisioni interne e ai  problemi dell’Eurozona, Brexit inclusa, la Cina si propone ora  come  attore della difesa della globalizzazione, ma  in funzione  della sua leadership e quindi di una globalizzazione di stampo cinese.

Lo scarso interesse dimostrato dall’Amministrazione Trump  per l’Africa e la scarsa capacità europea di opporsi alle azioni cinesi in Africa,  hanno  favorito la prosecuzione del   disegno espansionistico della Cina in quel Continente, divenutone  il primo bacino – a discapito di Europa e Stati Uniti – ove  le aziende cinesi trovano terreno favorevole per il loro massiccio ingresso in  infrastrutture e attività estrattive.

Secondo  fonti cinesi non meno di 500 infrastrutture sono state o sono in corso di realizzazione con sostegno cinese e oltre un milione di cinesi lavorano in Africa.

Stando alle  stime UE sono non meno di 2500 le imprese cinesi, medie e grandi, autorizzate ad operare nel settore estrattivo per assicurare approvigionamenti strategici a  lungo termine.

Il volume complessivo dei  prestiti cinesi tra il 2000 e il 2017 è  calcolato in 136 miliardi di dollari

Dal  2000 è  stato fondato il “Forum on China-Africa Cooperation” FOCAC, cui partecipano 53 Paesi africani.

La BRI si incrocia con l’Agenda 2063 dell’Unione Africana (UA), a sua volta altro ambizioso progetto per rideterminare il posto dell’Africa nel mondo, che della BRI  ha riconosciuto la complementarietà con i propri obbiettivi.

 

  • Le preoccupazioni a livello mondiale sull’egemonia cinese appaiono fondate se si considera l’entità di riserve estere (3,5 trilioni di dollari) con le quali il Governo cinese  sta finanziando la realizzazione delle infrastrutture  dei paesi ove sono inserite, con prestiti che possono così determinare per taluni dei paesi con economia più debole (es. Laos, Cambogia, Montenegro, Mongolia, Maldive, ecc.) un aumento dell’indebitamento  e  della dipendenza economico-politica  dalla Cina, obbligando poi gli stessi a cederle il controllo di infrastrutture strategiche (es. tlc, porti), come esito  di quella che  è stata  definita la “Diplomazia della trappola del debito”

Infatti l’ Ocse  ha individuato investimenti legati alla BRI  in 29 economie classificate sotto investment grade e 14 senza alcun rating, in quanto Il  Governo cinese privilegia l’aspetto strategico anche se l’investimento non sarebbe conveniente sotto il profilo economico.

Come esempio della “trappola del  debito“  viene   generalmente presentato il  caso del porto di Hambantota nello Ski Lanka , in posizione strategica sulla via marittima tra lo Stretto di Malacca e il Canale di Suez, collegando l’Asia all’Europa.  L’impossibilità di  far fronte al servizio del debito contratto con l’Eximbank cinese per la realizzazione del porto, al fine di alleggerire  il traffico sul porto di Colombo,   ha costretto il Governo a  trasferire in contropartita  il 70%  del controllo  del porto stesso alla China Merchant Port Holdings Company.

 

  • Per gli aspetti finanziari e la gestione dei massicci investimenti correlati alla BRI, è stata creata da parte cinese nel dicembre 2015  una nuova banca multilaterale, operativa dal 2016,  la Asian Investment Infrastructure Bank  (AIIB),  con sede a Pechino e una dotazione di 100 miliardi dollari (di cui 28,7 md. dalla Cina) cui partecipano anche  capitali esteri, Italia compresa che è stato  uno dei primi Paesi occidentali ad aderire. Sono previste due categorie di partecipazioni: membri regionali (cui spetta il il 75% dei diritti di voto)  e membri non regionali. I maggiori diritti di voto competono alla Cina (28,7%) , seguita dall’India (8%). L’Italia ha il 2,66% ed è il decimo azionista.

La AIIB, antagonista della Banca Mondiale ed anche della BAD –  Banca Asiatica di Sviluppo e del FMI, conta ormai – malgrado la non adesione e l’opposizione degli Stati Uniti con i tentativi di dissuasione nei confronti  dei suoi alleati europei e asiatici –   93 Paesi aderenti.

Sono previsti nel corso del 2019 investimenti tra 3,4 e 4,5 miliardi di dollari, in 15-20 progetti.

Sotto il controllo della Banca Centrale è stato istituito un Fondo dedicato,   il Silk Road Fund con una dotazione di  40  miliardi di dollari, che  canalizza le risorse delle grandi compagnie e banche commerciali cinesi . Altri interventi finanziari provengono dalla Industrial  and Commercial Bank of China , la prima al mondo per attivo, con oltre  200 progetti e relativa esposizione per oltre 200 miliardi di dollari; dalla Eximbank cinese,   dalla China Development Bank , dalla China Construction Bank  of China.  In sostanza per la BRI  si mobilita l’intero sistema bancario del Paese.

 

  • Nel Rapporto 2019  CER – Centro Europee Ricerche in merito all’impatto della BRI sul commercio internazionale, presentato lo scorso mese di aprile presso il CNEL,  vengono  individuati tre principali obbiettivi cui si indirizzano le autorità cinesi:

-a) messa in sicurezza degli approvvigionamenti energetici e di materie prime,  attraverso una diversificazione delle fonti energetiche  facilitando l‘accesso al petrolio e al gas russo e iraniano.

Dal 1993  il Paese è un importatore netto di petrolio, ma  il carbone è ancora la materia prima utilizzata;

-b) raggiungimento  del riequilibrio economico interno, riducendo gli squilibri regionali  determinatisi in conseguenza della rapidità dello sviluppo economico del Paese e della massiccia urbanizzazione, che ha determinato la presenza di oltre cento aree urbane con più di un  milione di abitanti.

Nella Cina interna vi sono ancora ampie aree depresse specie nel sud ovest. Xinjiang, Qinghai, Tibet e Gansu sono tra le principali Regioni sulle quali si sta concentrando la BRI;

-c) assorbimento  della sovracapacità produttiva in vari settori:   delle costruzioni, dell’acciaio (928 milioni di tonnellate nel 2018) nonché della logistica e dei trasporti,  con il duplice intento  di rilanciare la crescita interna e acquisire mercati di sbocco esteri per le merci cinesi.

 

La BRI è articolata in vari corridoi economici tra cui :

-New Eurasian Land Bridge, per il collegamento con Pacifico e Atlantico. Il corridoio arriva in Olanda (Rotterdam), Belgio (Anversa) e Germania (Duisburg);

-Cina-Asiacentrale-Asia-occidentale, partendo dallo Xinjiang  per collegare Cina, penisola arabica, Golfo Persico e Mediterraneo, raggiungendo Iran e Turchia;

-Cina-Pakistan (CPEC), indirizzato ad  un accesso al medio Oriente e all’Africa ;  partendo dallo Xinjiang (Kashgar) per creare  attraverso il porto pachistano di  Gwadar il collegamento fra il ramo terrestre e il ramo marittimo della Via della Seta. Si stimano investimenti per 46 miliardi di dollari. Correlato a questo corridoio è stato realizzato il primo intervento del Silk Road Fund.

 

  • Ai corridoi terrestri si affiancano le rotte della via marittima. La  Maritime Silk Road prevede  un network di porti e infrastrutture per unire le coste cinesi  da una parte all’Africa e al Mediterraneo e dall’altra all’Oceano Pacifico. Un accordo sino-russo prevede anche una “ICE Silk Road” attraverso l’Oceano Artico, che abbrevierebbe i tempi per raggiungere Rotterdam rispetto al percorso attraverso lo Stretto di Malacca.

Nel raffronto treno-nave la via marittima è  significativamente meno costosa della via terrestre e consente il trasporto di maggiori quantitativi.  Il traffico marittimo è tre volte superiore a quello terrestre o aereo e  i due terzi del traffico merci tra Cina ed Europa  avviene  via  mare.

La Cina non solo dipende dalle forniture di petrolio e gas del Medio Oriente, ma la maggior parte di queste forniture avviene  attraverso diversi passaggi marittimi, come lo Stretto di Malacca nel Mar Cinese Meridionale, su cui la Cina rivendica diritti di carattere storico e oggetto di permanente conflitto con gli Stati Uniti.

Un facile accesso alle strutture portuali nei mercati di destinazione è per la Cina fondamentale, anche in funzione di risparmi economici e temporali laddove siano necessarie nuove costruzioni o essenziali ristrutturazioni.

In Europa troviamo acquisizioni  portuali – in genere tramite la COSCO (China Ocean Shipping Company) –  in Olanda (Rotterdam), Belgio (Anversa), Spagna (Valencia, Bilbao), Grecia (Pireo), Italia (Vado Ligure).

Per gli investimenti sugli scali europei la Cina  ha speso finora oltre  5 miliardi di euro attraverso i due veicoli della COSCO e della China Merchants Group International.

Ma ha portato capitali anche a  Gwadar in Pakistan , Khalifa Port ad Abu Dabi,  al già ricordato Hambatonta Port nello Sri Lanka, in Israele  (Haifa ed Ashdod),  in Kenia (Lamu), in  Tanzania (Bagamoyo), ecc.

 

Nel continente africano  troviamo l’insediamento dall’agosto 2017  di una base militare (finora l’unica all’estero)  nel Corno d’Africa, a Gibuti, con una finestra strategica sullo stretto di Bab el-Mandel che collega Mar Rosso a Oceano Indiano e Mar Arabico.

Nelle sue acque passano ogni giorno quasi 5 milioni di barili di petrolio (per tre quarti verso l’Europa e per il resto nella direzione opposta),  pari al 35% del trasporto globale in mare di oro nero. Lo stretto di Bab el-Mandel è un punto di transito inevitabile se non si vuole circumnavigare l’Africa. La testa  di ponte cinese non lascia del tutto tranquilli gli Stati Uniti, che vi avevano insediato a loro volta il più grande avamposto militare in Africa.

Infatti è anche in atto uno sviluppo della forza bellica cinese,  benchè  secondo  il concorde parere degli analisti internazionali la stessa sia ancora lontana da quella statunitense, soprattutto tecnologicamente..

Dal 2008  la Cina  ha comprato parte del  Porto del Pireo , del quale  con successivi acquisti é detiene oggi il 67% gestito dalla COSCO. Il Pireo è la porta di accesso in Europa per le navi provenienti da Hong Kong e Shanghai, ma si è  rivelato meno funzionale del previsto in quanto occorre far attraversare i Balcani  ai container,  in carenza di ferrovie. Quindi il focus cinese si è indirizzato sul  Nord Adriatico e  in particolare su Trieste : puntando sull’Adriatico la percorrenza da Shangai si ridurrebbe di circa 8 giorni rispetto ad Amburgo.

 

Nel 2015  era stato elaborato dalla North Adriatic Port Association (Napa) un progetto, ancora fermo,  del valore di oltre 2 miliardi di euro per la realizzazione della c.d. “Alleanza dei cinque porti”, con  il cofinanziamento italiano (Cdp) e del Silk Road Fund, mettendo in rete  Venezia, Trieste, Ravenna, Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia)  come alternativa ai porti del nord Europa, Pireo e Istanbul .

Nell’ambito della visita di Xi Jinping  sono stati firmati dalla  China Construction Communications Company  accordi con le autorità portuali che amministrano  rispettivamente  i Porti di Trieste e Monfalcone e i porti di Genova e Savona Vado Ligure. In Italia  la Cina già dispone per i propri

container del Porto di Vado Ligure, avendone acquisito il 49,9%. Un interesse vi sarebbe anche  per Palermo.

 

  • Le critiche internazionali alla BRI, in specie quella di neo-colonialismo,  vengono  arginate  da parte cinese asserendo  ai massimi livelli che, specie nei paesi africani,  gli  investimenti sono rivolti a liberare il potenziale economico degli stessi e che   la BRI mira semplicemente a stabilire maggiori sinergie globali per la pace e lo sviluppo.

Lo stesso Xi Jingpin. con un misurato discorso inaugurale del citato  2nd Forum  ,  si è speso nel promettere una BRI “verde, multilaterale, sostenibile e zero corruzione.”

 

La Cina continua a sviluppare intensi contatti ai massimi livelli  con  i Paesi dell’Eurasia e africani

Quel che più rileva è il consolidamento/espansione  delle relazioni bilaterali sino-russe. Negli ultimi due anni secondo fonti cinesi gli scambi bilaterali con la Russia  sono cresciuti del 24% (+ 21% circa nel 2017) con un importo di 108 miliardi dollari. Da parte cinese è pienamente condiviso (anche con risorse finanziarie tramite la AIIB) il progetto russo infrastrutturale “Meridian”, che contempla un’autostrada di duemila Km tra Shanghai e Amburgo, passando per Kazakhstan e Bielorussia.

E’  un momento in cui i rapporti sino-russi  sono particolarmente intensi anche politicamente: alla presenza di Putin al Forum BRI ha fatto riscontro dal 5 al 7 giugno (è il 29esimo incontro dal 2013) la partecipazione di Xi Jing Ping al 23esimo “St. Petersburg  International Economic Forum” SPIEF, che è stata anche l’occasione per la celebrazione del 70esimo anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche  sino-russe e la firma di 23 accordi commerciali. Secondo fonti russe  sono intervenuti 14mila partecipanti (era presente anche una delegazione italiana guidata dal S. Segretario Di Stefano del MAECI  con Sace, Intesa, Maire Tecnimont, Snam, Leonardo, Regione Liguria…).

Putin  nei  discorsi ufficiali ha censurato la posizione di Trump nei riguardi di Huawei  in quanto espressione dell’inizio di una guerra tecnologica globale rilevando: “countries that used to preach free trade with fair and open competition now …..use  blatant economic raiding, intimidation, and any non-market methods to eliminate competition”.

Tra l’altro Huawei era presente al Forum per sviluppare piani di cooperazione  con il Fondo Sovrano RFDI – “Russian Direct Investment Fund” .

Va tuttavia sottolineato che il portavoce ufficiale del Cremlino, Dmitriy Peskov,  ha poi dichiarato che la collaborazione sino-russa non è diretta contro altri Paesi  o gruppi di Paesi e che sarebbe un errore ritenere che  Russia e Cina stiano coordinandosi contro gli Stati Uniti ,  in quanto   ognuno di essi ha proprie relazioni con gli USA: il commercio e la sicurezza globale per la Cina e la sicurezza globale e il disarmo  per la Russia.

 

Sta di fatto che Pechino non sembra riuscire  nell’intento di rassicurare il resto del mondo sul suo ruolo.

Particolare scetticismo permane  in sede europea: nel marzo scorso, pochi giorni prima della visita di Xi Jinping in Europa,  la Commissione UE  – che per la prima volta ha definito la Cina un “rivale sistemico” – ha predisposto un documento  (EU-China-A strategic outlook ) contenente dieci proposte su come affrontare  nei prossimi anni i rapporti tra la UE e la Cina.

Ma è anche vero che il difficile 21mo vertice UE-Cina tenutosi sempre a Bruxelles il 9 aprile scorso, con la partecipazione del Premier cinese Li Keqiang, si è concluso con un insperato comunicato congiunto (“per un mondo più forte, più sicuro, più prospero”) considerato positivamente dai vertici UE, anche alla luce della introduzione in Cina della nuova legge sugli investimenti esteri  che sarà in vigore dal prossimo primo gennaio. Nel contesto del vertice é stato anche firmato un Memorandum of Understanding per un confronto sui  temi degli aiuti di Stato e sulla concorrenza sleale. Molti dei temi di interesse dell’industria italiana  hanno trovato attenzione,  con l’impegno è di raggiungere l’intesa entro quest’anno 2019 (inclusa quella  sulle  indicazioni geografiche) .

Una maggior prudenza si è riscontrata comunque anche tra i consolidati partner  asiatici, che talora si sono indotti a rinunciare o ridimensionare propri progetti per timore della loro insostenibilità.  E’ il caso del progetto East Cost Rail Link (ECRL), lanciato nel 2016 e  fulcro della BRI nel Sud-est asiatico,  per il collegamento ferroviario del Porto di di Kuantan, sulla costa orientale sottosviluppata della Malaysia, con i porti della costa occidentale, finanziato all’85% da parte dell’Eximbank cinese e realizzazione affidata alla China Construction Communications Company. L’alto costo del progetto (circa 20  md. di dollari) e la consapevole previsione della onerosità del  rimborso del finanziamento aveva infatti  indotto il  Governo malese all’inatteso  blocco totale dell’iniziativa. Solo recentemente il progetto è stato riconsiderato e riavviato, ma riconfigurando il percorso e riducendone di un terzo il costo.

  • E’ in atto a livello globale una partita per una nuova distribuzione del potere internazionale , che ha già segnato  la fine della centralità occidentale nello stesso.

Ne é espressione la trade war  con la Cina, iniziata a marzo 2018 dall’Amministrazione Trump, dietro la quale  in effetti  sussiste la  più attuale, profonda e duratura competizione, che è quella per il primato tecnologico  e la governance degli equilibri globali, di cui non sono ancora inquadrabili gli esiti finali – anche per quel che concerne il libero commercio e  le ripercussioni sull’economia globale e in specie sull‘Europa – data la complessità delle variabili presenti nella competizione tra le due principali potenze economiche mondiali.

L’impostazione americana, allontanatasi dal multilateralismo, appare fondata sul presupposto che il bilateralismo conferisca una posizione di forza nel negoziato commerciale, il che nei mercati globali non è sempre vero, specie in ragione del minor peso della posizione americana nel commercio mondiale, che comunque non è più l’unica superpotenza globale .

Ciò anche se al momento Trump può annunciare l’esito positivo dell’azione verso il Messico in tema di immigrazione, svolta mediante lo strumento dei dazi e la successiva loro sospensione a tempo indeterminato, da verificare però nei prossimi 45 giorni.

 

Lucio M. Brunozzi

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Commenti (5)

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