Avvocati, le sentinelle della giustizia

Una concezione filosofica ancor prima che giuridica. L’avvocato Luigi Fratini richiama i propri colleghi all’autentica missione del patrocinio legale. E a schierarsi contro una produzione indefinita e indefinibile di norme astratte dalla realtà, contro il nichilismo giuridico e i suoi esasperati tecnicismi.

«Una convinzione inamovibile come una necessità mi ha perseguitato sempre, quale supporto indeclinabile di una palingenesi, ormai necessaria e non più rinviabile per coloro che affilano le armi, pronti alla battaglia per la tutela della giustizia e del valore uomo». Esordisce così l’avvocato Luigi Fratini, per il quale bisogna essere non solo avvocato ma anche vigilare sul diritto e proteggere, fin dove è umanamente possibile, la giustizia. «Forse è una folle convinzione ma questa è sempre stata l’idea, meditata e meditata dagli antichi giureconsulti, dai padri della patria e persino dai nostri padri e insita nella concezione forse ingenua, eppure bellissima, che essi tutti avevano di questa figura: l’avvocato. Figura tratteggiata nella cultura come un’arcana e mitologica creatura, esaltata nella communis opinio, quale paladino di quella Iustitia che è figlia e madre dei principi primi e dei massimi sistemi». Redigere l’elenco di tali uomini sarebbe lungo. Più importante comprendere lo spirito che li accumunava, piuttosto che mettere in fila i loro nomi.

Avvocati sentinelle della giustizia

«Erano costoro quelli che menavano vanto, affermando con orgoglio e pianto, non di fare, bensì di essere un avvocato, evocando una dimensione, come si vede, legata all’essere e non all’avere o al fare. Una dimensione quasi trascendente, che portava molti a combattere una battaglia per la difesa della legge e quindi della luce, perché la legge è sacro argomento, riservato ai mortali, ma solo per delega divina. La legge infatti è eidos, misura che nasce dalla dismisura e quindi deriva dall’alto, come i dieci comandamenti. E molti sono gli esempi, fra avvocati e magistrati, che possono attestare col sacrificio della vita tutto ciò, in una costante ricapitolazione, che supera le generazioni. Un sacro compito, dunque, quello di chi vigila sul diritto. Sia esso avvocato o magistrato, egli lotta affinché un bene così prezioso non venga calpestato e involgarito. Una visione, questa, che porta a considerare la figura dell’avvocato, come quella di un sovrano del diritto e di un principe, inteso non nel senso nobiliare del termine, bensì nella sua più pregnante espressione, di “primo”, cioè di colui che è sempre dinanzi nel dare corpo e sostanza alle battaglie dei diritti umani e civili. “Primo” nel dare voce a chi non ha voce. Una filosofia questa per chi non ha clienti ma solo assistiti».

Quella che emerge dalle parole dell’avvocato Luigi Fratini è evidentemente, ancora prima che una dimensione giuridica, una dimensione ontologica e filosofica, con un costante riferimento a parole e principi dimenticati. Al Nomos. «Le parole che danno forma alla giustizia non sono parole come le altre, ma invocazioni, preghiere, aneliti. Sono parole piene di fascinazione ed evocative nel nostro grande, storico retaggio giuridico di creatori e formatori del diritto. Un diritto che da millenni serve tutto il mondo, parole che per ciò stesso sembrano scritte col fuoco. Parole che sono punto di giunzione fra il mondo umano e quello divino. Parole che non pronuncia più nessuno. Perché nessuno parla più così. Parole ardite come un ponte e alate come solo i princìpi supremi possono essere. E parole che richiamano alla memoria il sacrificio, il senso del dovere e del dare, la proiezione dell’anima individuale nella sfera del dover essere.

CONTRO IL NICHILISMO GIURIDICO

Occorre sconfessare quella produzione indefinita di norme che, nel loro esasperato tecnicismo, mirano a costruire un linguaggio astratto della realtà e dei problemi

Avvocati sentinelle della giustizia

Parole che talora abbiamo perduto, ma che per molti sono ancora princìpi cui ispirare la vita e anche la morte. Princìpi si è detto. Come i sacri princìpi fondanti della giurisdizione. Princìpi come l’autonomia, la sacralità, la ritualità, l’effettiva finalizzazione del benessere collettivo, l’ispirazione e la garanzia per i derelitti e i deboli. Princìpi cristallizzati non solo nei cuori, ma anche nelle forme architettoniche, come quelle del palazzo di giustizia, quando ancora, prima dell’avvento della corrente del pensiero debole, si pensava, a ragione, che gli stesi princìpi dovessero condensarsi, in forme tangibili, per esprimere nel mondo e alla vista ciò che è astratto. E accrescere così la loro capacità di ispirazione. Princìpi emersi quasi per magia dalla tensione venuta mai meno, nell’opera immane di trarli dall’indistinta, confusa coscienza collettiva, e portarli sull’altare della gloria, ove tutti possono riconoscerli e meditarli, e soprattutto, non dimenticarli. Princìpi che sono Nomos, e come tali hanno armato grandi intelligenze e nobili cuori, in una battaglia del crepuscolo, a sacrosanta, in una scommessa che vale una vita e il futuro di tutti».

i princìpi

L’autonomia, la sacralità, la ritualità, l’effettiva finalizzazione al benessere collettivo, l’ispirazione e la garanzia per i derelitti e i deboli.

Avvocati sentinelle della giustizia

Ma come si passa da questo, dai princìpi – e quindi dalla giustizia – alla giurisdizione? «La giustizia vera, quella che vive nel mondo dei supremi, astratti princìpi, opera congiuntamente, sul piano pratico, con sua sorella, la giurisdizione, che vogliamo quindi altrettanto grande, rispettata e degna di amore, e non corrotta o sviata. Perché anche la giurisdizione è eidos, è il collante che tiene insieme gli uomini e opera come la loro sorella maggiore, come amica, e dovrebbe prestare ascolto alle loro richieste. Giustizia e giurisdizione solo apparentemente sono umane, poiché appartengono al mondo degli archetipi, a quei concetti e strumenti che sembrano configurati dal supremo Fattore per rendere la vita intrisa di dignità. Vivono in un pianeta che non è umano, come le XII tavole, cristallizzazione divina in forma sistemica e strutturata, di consuetudini, esperienze e vite, di un popolo che fece il diritto e lo donò al mondo».

In questo complesso sistema filosofico poi, necessariamente, si inseriscono gli avvocati e il loro compito, che Fratini indica nel «Vigilare e proteggere il diritto e la giustizia. E’ un compito importante degli avvocati ed è un compito che non consente affrancazione. Mai. Un compito riservato a chi ha il distacco dal personale interesse e la capacità di usare la sua arte non come mero esercizio di tecnicismo giuridico, bensì come una medicina che sana le ferite e i cuori dei derelitti, dei diseredati. Un compito riservato a coloro che accettano la funzione di Re e Sacerdoti del diritto, poiché l’obbiettivo di servire gli altri è il più alto fra tutti e porta appunto a un senso e a un riconoscimento di sacra legalità, finalizzata, a superiori, altissimi obiettivi. Ma per fare questo bisogna avere l’ambizione di essere un Romolo o un Cesare. Occorre vivere secondo la “legge del dovere”, che è scritta nel cuore di chi osa e di chi protegge, di chi è forte con i forti e misericordioso con i deboli, e non debole con i forti e forte con i deboli. E il primo grane passo, su questo aspro cammino, non può che essere quello di difendere la giustizia, per ottenere una normativa chiara, che vada a sconfessare quello che altri, hanno definito nichilismo giuridico. E cioè quella produzione indefinita e indefinibile di norme, che sembrano sempre più lontane e che, nel loro esasperato tecnicismo, mirano a costruire un linguaggio astratto, dalla realtà e dai problemi del libero sentire della gente comune. Leggi elaborate da coloro che non hanno capito che la crisi economica non è figlia del mercato, ma dalla mancanza di regole e di principi condivisi e difesi. Ergo un compito riservato, a chi sa trasformare il veleno in medicina».

E tutto questo non è possibile senza consapevolezza e memoria. «E più precisamente: superiore consapevolezza e molta memoria. Consapevolezza che la legge è arte gentile e delicata, perché decide la vita e il futuro di molti. Perché non c’è prosperità, né umanità, né difesa, né civiltà, senza diritto. Memoria quale punto di partenza di ogni ragionamento. Ricordiamo quindi anzitutto che siamo, colleghi! Specie quando la giustizia viene piegata e piegata al volere dell’interesse del potente di turno. E comportiamoci di conseguenza. Non è il caso di entrare nel merito. Ognuno di noi sa quel che deve fare. La sua coscienza è la più efficiente sentinella della giustizia. Ricordiamoci chi siamo. E’ solo un punto di partenza, però contiene anche il punto di arrivo».

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Commenti (1)

Bravissimo…siamo con te.

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